Limonaie

Limonaie pra de la famil profumo dei limoni visita alla limonaia ogni martedi' alle ore 10,00

L'acqua di un ruscello, una valletta riparata, il declivio di un poggio, la vicinanza al lago erano prerogative importanti nella costruzione di un giardino di limoni, comunemente chiamato limonaia e, in dialetto, ardì.
Spesso strutturata su più ripiani (còle), collegati da scale in pietra, poteva avere dimensioni assai varie. Una massiccia muraglia la chiudeva da tre parti, garantendone l'esposizione verso est-sud est; in posizione centrale, o ad una delle estremità, si trovava il casello (caèl), che fungeva da deposito dei materiali di copertura.

Il tetto, spiovente all'indietro, s'appoggiava sui pilastri, legati tra loro, o con la muraglia, da grossi puntoni di castagno, del diametro di circa 30-40 cm, detti sparadossi (sparadòs); perpendicolarmente a quelli, in cinque-sei linee tra loro parallele, erano fissati con chiodi altri travi più sottili, i cantéri (cantér).
In vista dei primi freddi, a novembre si cominciava a coprire la limonaia: assi (as) per il tetto e, per il fronte solare, assi di mezzo (meì), vetrate (envédriàe) e portiere (üsére), appositamente numerate.

Le assi erano in abete, spesse 3 cm, larghe circa 20 cm e lunghe 5-6 m. Se ne accostavano due, se ne posava sopra una terza e si chiodavano insieme lungo la linea dei travetti più piccoli. Sul fronte solare si procedeva alla copertura sfruttando come orditura le tre travi in larice (filaröle), tra loro parallele, inserite nei pilastri della stessa còla, a tre livelli, bloccate ad un'estremità in una pietra ad incastro (préa da filaröla). Tra un pilastro e l'altro si fissavano in genere 5-6 assi di mezzo, 2-3 vetrate e 2 portiere. Le tavole di mezzo, lunghe 5-7 m e larghe 20-25 cm, erano costituite da due assi sovrapposte, inchiodate, una più stretta dell'altra in modo da formare una controbattuta; erano fissate alle filaröle con cavicchi (cavìc' o biröi), in legno, lunghi circa 10-12 cm, inseriti nell'ocèl delle cavìcie.

Le vetrate, lunghe circa 5-7 m e larghe 50 cm, erano formate da un telaio e da traversine in legno di abete che facevano da supporto ai vetri; venivano appoggiate sempre per il lungo ai meì e fermate con assicelle (paserèle o galèc'), in legno, girevoli intorno ad un chiodo.
Le portiere, lunghe circa 5-7 m e larghe circa 50 cm, erano semplici tavole accostate in piano e unite con chiodi su tre assicelle trasversali; provviste di cardini, erano apribili.

A novembre la serra doveva essere ben chiusa. Per tappare (stupinàr) ogni fessura si utilizzava dell'erba fatta seccare (pàbol). Il proverbio imponeva: "A Sànta Caterìna, stüpìna, stüpìna!", a significare che il giorno di Santa Caterina, il 25 novembre, l'operazione doveva essere ultimata.
Il limone, pianta e frutto, soffre quando ci si avvicina alla temperatura di 0°; in tal caso non restava che fogàr, cioè accendere dei fuochi lungo i terrazzi, con pezzi di legno, frasche e rami.